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venerdì 13 settembre 2013

Quando la paura fa troppo rumore.


Quando ero ancora a Londra, una mattina, come sempre prima di andare al lavoro, chiamai mia madre. Immediatamente sentii che il suo tono di voce non era lo stesso di sempre, era cupo e tremolante. All’istante capii che era successo qualcosa. Quel giorno suo cugino sarebbe dovuto diventare padre. Con un cesareo programmato sarebbe dovuta nascere la sua bambina. Tutto era pronto per accogliere la prima piccolina di casa, una cameretta completamente pitturata di rosa e una culla con scritto il suo nome aspettavano soltanto il suo arrivo. Lo sfarfallio nello stomaco si faceva sempre più insistente perché il grande giorno era finalmente arrivato e l’attesa, durata nove lunghi mesi, ormai era giunta al termine. Tuttavia, quella mattina l’eccitazione di quei genitori pronti e impazienti di abbracciare la propria figlia è stata presto interrotta dal dolore più assordante. Quel piccolo cuoricino, che sarebbe dovuto rimanere nella pancia della sua mamma ancora per pochissime ore, aveva smesso di battere. Alle porte della vita, uno splendore di 3,7 kg è stato portato in cielo. L'immensa felicità di una famiglia che si stava per allargare in pochi istanti ha lasciato il posto al buio più totale, al baratro più profondo.
Questa mattina ho saputo che quella mamma, che ha voluto il nome della sua bambina marchiato sulla pelle, è di nuovo in attesa. Stavolta però serve silenzio, come credo sia comprensibile, perché la paura di arrivare al parto fa troppo rumore e impedisce alla felicità di accompagnare la gravidanza.

giovedì 31 gennaio 2013

Una voglia che sa di casa.


Sono un po’ malinconica. Senza tanti giri di parole, mi manca casa. Ho fatto, per ora, due mesi pieni qui a Londra. Tuttavia, alla fine delle prime quattro settimane sono ritornata a casa per qualche giorno in occasione delle feste di Natale. Per cui non feci in tempo ad ambientarmi che era già ora di ripartire per l’Italia e la nostalgia di casa non ebbe molto tempo per arrivare impetuosamente nella mia quotidianità. Inoltre frequentavo tutti i giorni, tutto il giorno, la scuola che in qualche modo era diventata il mio “habitat”. Un posto in cui passavo gran parte della giornata, un appuntamento fisso in cui la mia quotidianità era scandita e organizzata almeno per le ore trascorse lì.
Da quando sono ritornata a Londra è passato un altro mese e la nostalgia di casa si fa sentire a squarciagola. Forse anche complice il fatto che Lui è ripartito l’altro ieri dopo aver trascorso qualche giorno qui con me, il mio umore non è lo stesso e mi sento piuttosto giù di corda. Sulla metropolitana insieme, Lui in direzione Liverpool street per prendere l’autobus per l’aeroporto e io in direzione lavoro, mi sono sentita mancare l’aria quando l’ho salutato. Alla mia fermata sono scesa e l’ho guardato ripartire. Con il nodo in gola e lo sguardo fisso su di Lui, ho seguito quel vagone fino all’ultimo secondo, fino a quando l’ho perso nel buio del tunnel sotterraneo. L’avrei voluto rincorrere, per rimanere con Lui e per non sentirmi persa. Confusa e triste sono andata di corsa al lavoro mentre non pensavo ad altro che a Lui e alla voglia di tornare a casa. Per me non è facile stare via tanto tempo, proprio per niente. Nonostante le chiacchierate infinite su Skype con mia madre, nonostante il messaggino di mio padre che puntualmente arriva quando è al lavoro di notte, nonostante gli aggiornamenti in diretta di mio fratello con frequenti sms, nonostante mio cugino che mi scrive per raccontarmi le sue ultime conquiste, nonostante tutto questo mi mancano tutti. E vorrei tanto tornare da loro.
Ora dico, ci ho messo anima e corpo per trovare un lavoro e ora che ce l’ho fatta voglio andare via? Ovviamente non prendo decisioni affrettate, dovute ad un momento di malinconia che potrebbe essere momentaneo. Perché si tratterebbe di stringere ancora un po’ i denti, per avere un risultato sicuramente migliore, ovvero un’esperienza in tasca più completa di studio e di lavoro. Anche perchè una volta che la porterò a termine non potrò mai più riprenderla. Il discorso Londra terminerà con un punto e non certamente con una virgola. Il giorno che ritornerò in Italia inizierà un nuovo capitolo della mia vita che non prevederà la possibilità di ripartire per un tempo relativamente indeterminato. Questa è l’opportunità ed è unica. Questo treno è passato nella mia vita al momento “giusto”, io l’ho preso e ci sono ancora sopra, ma quando scenderò non farà un’altra fermata lungo il mio percorso. Quindi devo sfruttare al massimo questa corsa, in tutti i sensi. Però ora non lo sto facendo nel migliore dei modi, perché le mie cuffie sono chiuse nella taschina posteriore della borsa e solo quando le rimetterò negli orecchi passeggiando con la mia musica preferita a tutto volume per questa magica città, potrò dire di godermi nuovamente questa esperienza. Solo quando mi risorprenderò a percorrere le vie dell’underground canticchiando qualche canzone che mi è rimasta in testa avrò nuovamente l’umore alle stelle. Quell’umore che più volte mi ha resa incantata di fronte alle sorprese che questa esperienza ha saputo riservarmi. 
Voglio assolutamente ritrovare quell’adrenalina che Londra è stata capace di incollarmi addosso. Perché so che ha tutte le capacità per farlo. Perché so che, in fondo, ho ancora voglia di vivere per un po’ in questa parte di mondo.