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lunedì 4 agosto 2014

Hai due minuti per scegliere.

Mamma mia da quanto tempo manco! Sono stati mesi frenetici, impegnati e l’imprevisto in una routine che sembra non lasciare spazi può rivelarsi determinante.
Ve ne vorrei raccontare mille tutte insieme ma parto da quello che è stato l’oggetto di una email che ho ricevuto poco tempo fa: “Hai due minuti per scegliere”. All’interno due voli per Parigi, c'era da selezionare soltanto l'orario.

Dopo 5 giorni siamo partiti per quel viaggio che da mesi desideravamo ma che, ogni volta, rimandavamo per svariati motivi.


Siamo arrivati a destinazione senza aver fatto particolari programmi, con la voglia di lasciarci stupire dallo splendore della città più romantica al mondo e senza essere troppo preparati sui dettagli.



Parigi da molto tempo era una delle mete ai primi posti della mia wish list di viaggi e adesso rientra sicuramente tra le città più affascinanti che io abbia visitato.


C’è chi prima di partire mi ripeteva “Vedrai, Parigi ti piacerà più di Londra”. Ecco, secondo me, Parigi così romantica ed elegante e Londra tanto misteriosa quanto intrigante sono due città così diverse che è davvero difficile poterle paragonare. Tuttavia, a Londra ci ho vissuto e ho potuto scoprire, godere e apprezzare i suoi luoghi in modo molto più profondo.


A volte, quando visito posti in cui non sono mai stata, mi capita di chiedermi “chissà se e quando nella mia vita tornerò qui”. È proprio quando mi pongo questa domanda che capisco quanto un luogo mi abbia colpita e a Parigi me lo sono chiesta più volte.


domenica 16 febbraio 2014

Incastrata dal "per sempre".

Qualche anno fa, feci per la prima volta una visita alla tiroide. Non avevo sintomi che lasciassero immaginare qualche mal funzionamento della ghiandola, semplicemente il medico nel visitarmi per un normalissimo mal di gola mi consigliò questo tipo di visita. D'altronde un controllo era comunque messo in programma, in quanto gli squilibri della tiroide possono essere ereditari. E’ stato così che, durante una visita specialistica, scoprii che da quel momento la pasticca per la tiroide sarebbe stata imprescindibile. Rimasi perplessa perché il concetto del per sempre (e soprattutto del tutte le mattine della mia vita) mi turba in qualunque ambito lo si applichi. In ogni caso, non trattandosi di una scelta, poco c’era da fare. Ormai ci ho fatto l’abitudine però lì per lì mal lo digerii.
Qualche giorno fa, tuttavia, mi è capitato di leggere un articolo in cui un medico, schiavo da anni della pasticca che regola il funzionamento della tiroide, ha deciso di curarsi in modo naturale e, in particolare, con l’alimentazione. E ci è riuscito perchè il funzionamento della sua ghiandola è tornato ad essere normale. La sua esperienza mi ha incuriosita molto, tuttavia credo che i rimedi “naturali” non sempre possano produrre efficaci risultati e riescano a contrastare qualcosa che in realtà è ereditario e non dipende da deficienze alimentari. Perché la mia alterazione è ereditaria.
Frequentavo il secondo anno del liceo quando mio padre venne operato. Delle analisi avevano lanciato il campanello d’allarme e i successivi accertamenti non lasciarono spazio a dubbi: un tumore alla tiroide rendeva urgente l'esportazione della ghiandola. Me lo ricordo come se fosse ieri il giorno prima della sua operazione, perché l’immagine di quel suo gesto è così nitida nella mia mente che nel riguardarla provo ancora la sensazione di smarrimento e di paura vissuta quella sera. Era sdraiato nel letto quando lo andai a salutare e lui nell’abbracciarmi si tolse la collana che porta sempre al collo e me la mise tra le mani, senza dire nulla. Ma io capii tutto, in quel silenzio compresi perfettamente il rischio dell’operazione. L’indomani andai in ospedale, l'intervento era riuscito e potevo entrare in clinica. Partii da casa con dei fiori che raccolsi velocemente in giardino e che misi in una bottiglietta d’acqua tagliata a metà. Entrai nella sua stanza e quando mi vide iniziò a piangere come un bambino, come mai l’ho visto fare altre volte. Mi avvicinai e per un attimo rimasi di ghiaccio nell’osservare il grande cerotto che nascondeva quel taglio sulla gola che per mesi non mi permise di rimettergli la sua collana.

giovedì 26 settembre 2013

Cambio di rotta.




Mentre c’è sempre più da fare perché la data del trasloco è ormai imminente e noi siamo ancora in alto mare perchè il tempo per dedicarcisi è troppo poco, io continuo a rivoluzionare la mia vita, come se tutto questo trambusto non bastasse.
Qualche giorno fa ero in ufficio quando sono stata contattata dalla direttrice del personale di un’azienda alla quale avevo inviato il mio curriculum tempo fa. Non potendo parlare molto, essendo per l’appunto sul posto di lavoro, l’ho ascoltata a grandi linee chiedendole poi di poterla richiamare successivamente. A discorsi fatti, ho valutato l’offerta che mi è stata proposta, mi sono confrontata con le persone a me più care e, alla fine, ho deciso che ci avrei voluto provare e che, per questo, sarei stata disposta a lasciare quel posto di lavoro che pochi mesi fa accolsi a braccia aperte. Il motivo determinante che mi ha spinto verso questa decisione è stata la maggiore validità di questa offerta, sotto tutti i punti di vista. Inoltre, dove lavoravo (si, mi sono licenziata) nel momento in cui fui assunta mi venne chiaramente detto che una volta terminato il progetto mi avrebbero mandata a casa. Quando sono andata a comunicare al mio capo le mie intenzioni di licenziamento, mi è stato detto che ho preso una decisione troppo affrettata ed errata, perché non ho valutato la possibilità di collaborare con loro in futuro. Ho prontamente replicato dicendo che le sue parole furono chiare: per me lì non ci sarebbe stato posto, al termine del contratto. Lui ha sostenuto che io non ho considerato che in questo tempo le cose potrebbero essere cambiate. Peccato che a me nessuno ha mai fatto percepire il contrario. In ogni caso, nonostante mi sia trovata bene con loro, credo che avrei comunque colto quest’altra opportunità.
Sono già nella nuova azienda, ho un nuovo ufficio e nuovi colleghi. Sono all’inizio della mia esperienza lavorativa e non voglio chiudermi nessuna porta, ora che ancora posso. L’eccitazione di questo nuovo inizio è avvolta dal timore dell’affrontarlo, ma io sono pronta a farlo.